Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Admin (del 16/01/2010 @ 23:34:37, in EduCalcio, linkato 1329 volte)

Massimo AchiniPubblichiamo "Il Punto" di Massimo Achini, presidente nazionale del Centro Sportivo Italiano, del 16 gennaio 2010, sperando possa essere un interessante spunto di discussione sul tema dell'educazione e della prevenzione per combattere il razzismo.

Ricordate le vecchie ricette della nonna? «Se ti becchi un bel raffreddore, niente paura: la sera prendi un bel bicchierone di latte e miele e la mattina starai meglio. Il segreto sta tutto nel mescolare i due ingredienti: prendere solo il latte o solo il miele non serve a nulla e non fa guarire un bel niente». La vecchia ricetta della nonna potrebbe andare bene anche per il calcio italiano: un bel bicchierone di “prevenzione e repressione”, magari non farà guarire definitivamente, ma potrebbe essere di grande utilità per sentirsi un po’ meglio. Il problema è il solito, il comportamento del tifoso negli stadi. Di misure restrittive e repressive (che ci vogliono!) si parla di continuo, di prevenzione si parla poco, troppo poco. Gli esempi sarebbero infiniti. L’ultimo riguarda la vicenda “cori razzisti”, che tiene banco da qualche settimana. Si è giustamente discusso se sia arrivato o meno il momento di prendere una decisione drastica come quella di fermare le partite e chi debba farlo (Governo? Figc?). Dibattito interessante, anche se un po’ surreale. Il problema però è sempre un altro. Per dirla con il linguaggio della nonna, c’è il “latte” ma manca il “miele”, e senza “miele” la medicina non funziona. In altre parole, in un regime che ormai da anni è di emergenza quali sono le azioni straordinarie in termine di prevenzione? Indubbiamente ci sono state azioni importanti e significative. Il Coni, la Figc, il Csi, le Istituzioni, le agenzie del sociale realizzano in Italia tanti interventi (in particolare nelle scuole) di educazione al tifo, alla violenza, ai valori dello sport. Ma si tratta di azioni locali, importanti ma non coordinate tra di loro; insomma, di azioni che non riescono ad assumere il carattere dell’intervento “forte e straordinario” che si deve fare in condizioni di emergenza educativa. Per tornare alla metafora del raffreddore, certi interventi sembrano più piccole e sparse gocce di propolis che un bel cucchiaione di miele da mescolare nel latte (le azioni repressive). Serve qualcosa di più, serve un grande sussulto educativo capace di dare vita ad azioni ed interventi straordinari ed eccezionali, mobilitando e coinvolgendo tutti quelli (e sono tanti) che hanno a cuore i veri valori dello sport. Ero tentato di non scrivere nulla sulla vicenda dei cori razzisti, perché il rischio è quello di scadere nella retorica e nella banalità. Poi l’altro giorno, davanti ad un caffè, un amico che allena una squadra di bambini mi ha detto: «Ma cosa vuoi, certe cose nel mondo del calcio non cambieranno mai». Il fatto è che se cediamo alla tentazione di pensarla così, allora è veramente finita. Cambiare certi aspetti del fenomeno calcistico sarà dura, ma dobbiamo provarci. Chi si comporta male deve essere punito con regole chiare, ferree e con certezza della pena. Ma insieme a questo serve un’azione immensa di educazione e prevenzione, che abbia la forza d’urto di una giornata mondiale della gioventù.

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Di Admin (del 18/01/2010 @ 20:24:12, in Varie, linkato 2381 volte)
Il Vicariato Val Gandino organizza per MERCOLEDI’ 27 GENNAIO alle 20.45 nel Cinema Teatro Loverini di Gandino (Oratorio) un incontro dibattito nell’ambito della Settimana di San Giovanni Bosco 2010. Una serata pensata e voluta per discutere insieme sul senso dello sport quale mezzo primario per l’educazione dei ragazzi e dei giovani. Tra i vari ospiti d’eccezione che parteciperanno ci sono il Vescovo, mons. Francesco Beschi, il responsabile del Settore Giovanile dell’Atalanta B.C., Mino Favini, il direttore de L’Eco di Bergamo, Ettore Ongis. E ancora Eugenio Perico, ex calciatore professionista e allenatore di squadre giovanili, Lucia Castelli, pedagogista dell’Atalanta B.C., Daniela Vassalli, mamma-campionessa nell’atletica.
 
L’idea è quella di una chiacchierata aperta e coinvolgente riguardo ai temi del “fare sport” oggi per i giovani e le famiglie, i grandi valori ad esso connessi e il necessario approccio responsabile degli educatori. Per costruire la base di discussione durante la serata, abbiamo bisogno di spunti che vi invitiamo a lasciare nei commenti a questo post!
 
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Di Roberto Alessio (del 03/02/2010 @ 20:13:23, in EduCalcio, linkato 1235 volte)

Il calcio, sarà pure un luogo comune, è un gioco che appartiene a tutti ed esalta, in primo luogo, chi lo pratica, offrendo sia un arricchimento individuale, sotto l'aspetto fisico e psicologico, sia importanti esperienze che contribuiranno per sempre a formare parte del vissuto “umano”. Un gioco che, ai massimi livelli, si trasforma inevitabilmente in “business” e riesce a movimentare in Italia un'intera economia, attraverso decreti legge “su misura” che consentono di rateizzare e posticipare nel tempo il pagamento allo Stato delle imposte evase, capace di celare per poco tempo, all'interno di uno stadio o davanti ad un televisore, alcuni dei molteplici problemi di una nazione: il vero oppio del popolo. Quando il business diventa esasperato, purtroppo, sembra poter valere ed essere concesso davvero tutto, come le partite “arrangiate”, gli scudetti “dopati”, i bilanci “falsati”, per un pallone che, calciato da alcuni dissennati, ha corso veramente il rischio di finire per sempre in un burrone. Eppure, sempre di gioco si tratta, il più popolare, affascinante e praticato al mondo, così seguito da suscitare forti sentimenti di indignazione popolare od autentiche interrogazioni parlamentari, fiumi di chiacchiere al bar e, persino, quando collegato tristemente ad episodi di violenza, servire da spunto per un il titolo di un tema d'italiano scritto in una lontana sessione estiva di maturità classica degli anni '80. All'interno di questo gioco o show business, componente attiva, è presente anche la categoria degli allenatori dalla quale dovrebbero partire forti segnali per stemperare i toni e sdrammatizzare l'ambiente “pallonaro” con tutte le problematiche connesse alle varie componenti che vi gravitano intorno. Per non dover più subire le schermaglie di allenatori sui network televisivi, le corse esagitate sotto la curva avversaria o i calcioni rifilati ai colleghi avversari di panchina, per evitare di dover indovinarne un labiale scurrile sin troppo scontato, per non assistere alle immagini di tecnici squalificati che dettano istruzioni dalla tribuna con il cellulare al proprio “secondo” o che, furtivamente, si introdurrebbero in un cesto di panni della biancheria nello spogliatoio della propria squadra per eludere i divieti di una squalifica, si rende opportuna un’autoregolamentazione, un codice positivo e propositivo, ancorché non scritto che ciascuno di noi, spesso, ha già scolpito dentro di sé, nell'interesse della categoria e del movimento sportivo intero. Una ricerca ed una richiesta di equlibrio, soprattutto perché i bambini ci guardano e ci prendono ad esempio.

Tratto da "Nella valigia dell'allenatore" Ed. Calzetti & Mariucci (2^ edizione)

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Di Roberto Alessio (del 23/02/2010 @ 23:46:05, in EduCalcio, linkato 1149 volte)

Nella consapevolezza che il mondo sopradescritto non ci deve appartenere, considerato che l'allenatore è pur sempre un uomo e come tale fallibile, anche tra mille difficoltà quotidiane e non solo sportive, adoperiamoci sempre affinché gli adulti possano fornire sempre il buon esempio ai giovani, provando a:

  • Trasmettere ai nostri giocatori “insegnamenti” quali il rispetto, la sportività, lo spirito di identità e di appartenenza, valori cioè che vanno ben oltre il risultato di una competizione o campionato: questi valori non si dovranno mai sacrificare per aumentare il prestigio personale, poiché l'eventuale vittoria non è altro che il risultato di un lungo processo composto di componenti e variabili diverse.
  • Subordinare l'importanza del risultato alla salute ed all'integrità fisica dei giocatori: atleti in precarie condizioni, adolescenti che non si divertono agli allenamenti od in partita o vivono lo sport con angoscia e pressioni devono essere un pericoloso campanello d'allarme.
  • Tenere un comportamento improntato alla correttezza verso le numerose componenti del mondo del calcio: l'allenatore è, infatti, solo l'anello di una catena complessa che necessita della collaborazione attiva e partecipe di tutte le altre (atleti, dirigenti, genitori, direttori di gara, mass media). 
  • Rispettare l'atleta nelle diverse realtà in cui si estrinseca la sua personalità e che possono, a volte, influire quantitativamente e qualitativamente sulla prestazione sportiva: così, ad esempio, il gioco del calcio non deve mai impedire all'allievo di ottenere buoni risultati a scuola o coltivare, nel limite del possibile e senza essere troppo dispersivi, altri interessi personali. 
  • Essere partecipe, insieme alle ulteriori componenti che ruotano intorno al ragazzo (famiglia, scuola, religione), sempre nel rispetto dei reciproci ruoli, all'educazione ed alla crescita dell'individuo: segnaliamo dunque gli eventuali disagi, prendiamo atto delle difficoltà incontrate dall'allievo valutando la sua prestazione anche alla luce di queste ultime, concordiamo soluzioni positive attraverso un sereno confronto con la famiglia. 
  • Rispettare, difendere ed insegnare ai propri allievi le regole del gioco del calcio, con particolare attenzione nell'evitare di ottenere vantaggi attraverso l'insegnamento consapevole di comportamenti antisportivi: insegniamo, prima di tutto all'uomo ad “essere uomo”, solo successivamente a “fare il calciatore”.
  • Evitare diagnosi “personali” sugli atleti infortunati demandandole a personale medico qualificato, escludendo accuratamente sia i consigli “da apprendista stregone”, sia l'effettuazione diretta di terapie od addirittura la prescrizione di medicinali di qualunque tipo, qualora non davvero competenti od abilitati in tal senso: come non biasimare oggi il mister di un tempo che, a seguito della distorsione ad una caviglia di un calciatore durante un'azione di gioco, esclamava a gran voce da bordo campo “batti forte il piede a terra!” 
  • Responsabilizzare in primo luogo se stessi e, attraverso il proprio irreprensibile comportamento, anche i propri giocatori, prendendo adeguatamente le distanze da tutti gli atteggiamenti antisportivi e violenti.
  • Consentire che il direttore di gara sia messo nelle condizioni di svolgere la propria opera in modo sereno: in tal caso, teniamo per primi un atteggiamento rispettoso, evitando di incentivare comportamenti negativi dei propri giocatori, sfruttando ogni occasione possibile per ricordare loro che “senza l'arbitro non potrebbe essere disputata la partita”. 
  • Sforzarsi di dare sempre il massimo ai propri giocatori: evitiamo atteggiamenti ridicoli e poco professionali, come nel caso di dell'allenatore che, in polemica per lo scarso rendimento della squadra, decise volutamente di attuare uno “sciopero bianco”, astenendosi dal fornire dalla panchina, durante una gara di campionato, ogni forma di incitamento o suggerimento ai propri giocatori. 
  • Mantenere, per quanto ci è possibile, sempre viva la curiosità verso la “materia” calcio: attraverso una costante ed accurata opera di aggiornamento, saremo in grado di recare benefici soprattutto ai nostri atleti oltre che a noi stessi. 
  • Non fuggire dal confronto dei colleghi: in tal senso, intendiamo non solo un confronto attivo ma anche semplicemente un'attenta osservazione del modo di operare di un altro allenatore.
  • Prestare cura al proprio aspetto e mantenersi in un'accettabile condizione fisica: l'immagine che diamo di noi, sarà presa ad esempio, specie da parte degli atleti più piccoli ai quali non potremo chiedere di essere nel modo che, per primi, andremo a disattendere. 
  • Ammettere l'eventuale errore commesso poiché l'ammissione dimostrerà personalità, umiltà ed anche saggezza. 
  • Ascoltare i suggerimenti delle persone che reputiamo competenti, anche se, alla fine, saremo solamente noi a prendere la decisione definitiva: di questa e del nostro operato, infatti, saremo chiamati a rispondere. 
  • Rispettare sempre il lavoro altrui, anche se non condiviso appieno, specie nei confronti di coloro che lavorano nelle squadre e nelle categorie “minori” o che ci hanno preceduto: anche grazie alla loro fatica il nostro lavoro potrà trarre importanti benefici.
  • Dimostrare fedeltà verso la propria professione e categoria, evitando vittimismo e sterili polemiche. Se aneliamo fortemente al cambiamento, cerchiamo di essere i primi a cambiare: “Se si vuole, si può!” 
  • Mantenere una certa dose di riservatezza su quanto viene a conoscenza e relativo ai propri atleti, alle compagini allenate: il silenzio è d'oro e la discrezione, spesso, non ha davvero prezzo.
  • Conservare la propria indipendenza lavorando liberi da condizionamenti e pressioni societarie: a meno che non ci si accordi per essere dei “meri gestori” durante la settimana del team “messo in campo” di domenica dal presidente - situazione comunque discutibile e sminuente la professionalità della categoria -, nella piena facoltà e capacità dei nostri poteri e mansioni, prendiamo serenamente e liberamente le nostre decisioni. 
  • Rifiutare incarichi nella consapevolezza di non essere in grado di svolgerli: il danno, per gli allievi, oltre ad essere ben presto visibile, potrebbe rivelarsi colossale. 
  • Evitare, a maggior ragione, di assumere incarichi per i quali non si abbia titolo, di addentrarsi in situazioni di incompatibilità che possano metterci in difficoltà nelle scelte da adottare, specie a salvaguardia dell'interesse altrui: è il caso di chi si cimenta nel compito di preparatore atletico o dei portieri senza averne specifica preparazione od un “background” sportivo adeguato, nel doppio ruolo di responsabile del settore giovanile ed allenatore di una delle squadre oppure in veste di allenatore e dirigente della società e infine, fattispecie sanzionata dai regolamenti sportivi, nel compito di allenatore presso due diversi sodalizi sportivi. 
  • Mantenere, nei rapporti con la stampa e con gli altri colleghi, l'equilibrio necessario, soprattutto al fine di evitare risse verbali e persino fisiche, tipiche da reality show di pessimo gusto. Utopia? Forse, ma per lo meno proviamoci, anche a costo di perdere qualche partita sul campo: la vera vittoria consiste nel formare la coscienza e la conoscenza, propria ed altrui, soprattutto nel settore giovanile.

Tratto da "Nella valigia dell'allenatore" Ed. Calzetti & Mariucci (2^ edizione)

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Di Admin (del 28/02/2010 @ 20:00:57, in EduCalcio, linkato 1105 volte)

Giancarlo Abete - Presidente FIGCRiportiamo, viste le numerose mail ricevute, un articolo apparso sul Corriere della Sera riguardo la decisione della FIGC di punire le bestemmie in campo.

MILANO - Cartellino rosso per le bestemmie in campo. La federcalcio interverrà con una specifica previsione nelle «decisioni ufficiali della Figc» per punire a tutti i livelli, anche attraverso la prova tv, questo tipo di comportamento.

«Interverremo sulle decisioni ufficiali per chiarire che all’interno di comportamenti offensivi e oltraggiosi rientra anche la bestemmia», ha detto il presidente della Figc Giancarlo Abete al termine del consiglio federale che si è tenuto oggi a Roma. Abete ha specificato che "l’arbitro può sanzionare con il cartellino rosso un comportamento del genere" e che "se tale comportamento non verrà rilevato dal direttore di gara, sarà possibile intervenire attraverso la prova tv con una sanzione successiva". Per dare modo alla procura federale di acquisire la documentazione e certificare il contenuto di eventuali deferimenti, saranno allungati di quattro ore i tempi per l’acquisizione della prova tv: il termine non sarà più le ore 12 del giorno feriale successivo alla partita, ma le ore 16.

Il consiglio federale ha dunque pienamente condiviso il recente intervento del presidente del Coni Gianni Petrucci contro l’inaccettabile comportamento di chi bestemmia sui campi di gioco. Ma non solo. Sarà punita anche l’esibizione di scritte sotto la divisa da gioco. Il presidente Abete ha ricordato che "i giocatori non possono esibire scritte con contenuto personale, politico o religioso". Eventuali violazioni, segnalate dall’arbitro o dai collaboratori della procura presenti sui campi di gioco, saranno punite con ammende. Decisioni che sono state assunte da parte del consiglio con ampio consenso da parte dell’Associazione calciatori. "E’ fondamentale - ha spiegato ancora Abete - richiamare tutti ad un comportamento adeguato alla visibilità del mondo del calcio". (Fonte Apcom)

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Di Admin (del 03/03/2010 @ 14:05:52, in EduCalcio, linkato 1339 volte)

Riportiamo l'editoriale del presidente del Comitato di Bergamo e vicepresidente Nazionale del CSI, Vittorio Bosio, apparso sull'Eco di Bergamo di mercoledì 3 marzo 2010.

E’ di alcune settimane fa, come molti avranno avuto modo di vedere o leggere, la decisione della Federcalcio italiana di sanzionare l’atleta che bestemmia con l’espulsione dal campo, anche usando la prova televisiva. E’ inutile ribadire che la questione delle bestemmie in campo è un atteggiamento sgradevole ed inappropriato a persone civili, tanto più se fanno parte della nostra Associazione. Facendo mente locale, mi sono ricordato di aver diffusamente trattato dell’argomento lo scorso anno: ed infatti, esattamente un anno fa, grazie ad alcune segnalazioni ricevute da nostri dirigenti, avevamo dibattuto a lungo sul senso di bestemmiare, sulle conseguenze disciplinari e soprattutto di quale fosse la ricaduta educativa che un tale comportamento generasse. Credo, infatti, che proprio questo sia il punto della questione: quali conseguenze provoca, in termini educativi, usare la bestemmia? A chi spetta prendere provvedimenti? E soprattutto, chi si deve fare carico delle ricadute educative? C’è poi chi, anche se allenatore di Serie A, riesce a far ricadere la responsabilità delle bestemmie in campo sui cattivi arbitraggi: credo che se si fa passare che tutto quello che accade in campo (o nella testa dei giocatori...) sia colpa dell’arbitro, non faremo mai passi decisivi verso una rinnovata cultura dello sport. Ho avuto modo, alcuni giorni fa, in occasione della presentazione in Vaticano della “Clericus Cup” di scambiare alcune battute con il Presidente della Figc, Giancarlo Abete, esprimendogli il mio sostegno, ma ricordandogli allo stesso modo che la sanzione comminata in campo dall’arbitro non può essere l’unico strumento per ovviare a questo comportamento disgustoso. Credo, infatti, come già altre volte ribadito, che questa “battaglia” si vince o si perde insieme: allenatori, dirigenti, genitori ed, infine, arbitri. Sarebbe controproducente affidare alla sola figura arbitrale il compito di fronteggiare la bestemmia in campo. Se l’arbitro, non fosse sostenuto dall’azione comune di tutti coloro che, fuori e dentro il campo, vivono la gara, sarebbe facilmente compromessa la sua autorevolezza. Sono convinto che, come per altre vicende, tutto ricada nella sfera propria della sfida educativa che i nostri tempi, sempre più urgentemente, ci impongono di non trascurare e che, purtroppo, si sta trasformando in vera “emergenza educativa”.

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Di Admin (del 05/03/2010 @ 13:54:31, in Lettere al Blog, linkato 1470 volte)
Sono ormai parecchi anni, da quando ho iniziato a seguire mio figlio Giuseppe, che frequento il mondo del calcio giovanile ed in questi anni ne ho viste molte di cose, belle e brutte. La parte più bella di questo mondo sono e, posso affermarlo senza ombra di smentita, i ragazzi. Tirano calci ad un pallone, si arrabbiano, si divertono e tutto finisce, sognando di essere un piccolo Totti, o un nuovo Del Piero. Poi ci sono gli adulti con le loro ambizioni, le loro frustrazioni, le loro invidie e i desideri di primeggiare, sono la parte peggiore di questo mondo e non solo di quello del calcio. Mister che pur di vincere sono disposti a tutto, che vendono sogni a ragazzi e genitori, pensando di essere i nuovi Sacchi o Ancelotti. Non hanno dubbi o incertezze, hanno inventato il calcio e non hanno nulla da imparare da nessuno, presuntuosi e immodesti, sono pessimi esempi per i loro ragazzi. Pseudo talent–scout e Società che pensano solo al business, genitori che sono esaltati e che quando si perde una partita ne fanno un dramma, scagliandosi contro l’arbitro o criticando le scelte del Mister che ha fatto una sostituzione sbagliata ,facendo entrare un ragazzino non all’altezza. Mutuiamo dal calcio professionistico tutti gli aspetti negativi, da quelli economici, a quelli della ricerca del risultato, dimenticando che lo sport è una palestra nella quale ci si confronta, nel rispetto delle regole. Si vince e si perde, ci si stringe la mano e si aspetta la prossima gara, come quando si giocava per strada in interminabili sfide tra gruppi del quartiere, senza spettatori, senza magliette uguali o divise nuove, ma sicuramente più tranquilli e felici, fondamentalmente, liberi di divertirsi!
 
A.Fiorillo
Istruttore S.Calcio Esordienti 1998
Pol.Nike Pellezzano
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Di Roberto Alessio (del 25/03/2010 @ 14:08:13, in EduCalcio, linkato 2332 volte)
I Belong to JesusLa religione è anche ostentazione dei propri sentimenti? Dio ed il Vangelo sono “prodotti” da “reclamizzare”? A molti sportivi non sarà passato certamente inosservato, in occasione delle gare e, in particolare, a seguito della segnatura di una rete, che alcuni calciatori entrano in campo facendosi e rifacendosi il segno della croce o esponendo sotto la divisa ufficiale di gare la loro appartenenza alla Chiesa di Cristo. “I belong to Jesus (io appartengo a Gesù)” è, infatti, il messaggio che compare sulle magliette indossate da alcuni atleti, con il dichiarato intento di diffondere in ogni modo possibile il messaggio del Vangelo attraverso lo sport. Non ci riferiamo ad una setta, neppure ad una moda del momento. Sono gli “Atleti di Cristo”, movimento che ha visto le luce nella metà degli anni 80 in Brasile e che annovera decine di sportivi, principalmente calciatori e di origine brasiliana, oltre ad un indimenticato ed amato campione brasiliano di Formula 1, scomparso ad Imola nel maggio del 1994. Anomalia dello sport di vertice, spesso circoscritto a donne, motori, investimenti faraonici e vita mondana o, piuttosto, un tentativo da parte di pochi “eletti” di ricondurre un ambiente dorato alle vere problematiche della vita quotidiana attraverso il richiamo alla spiritualità ed ai valori dell’insegnamento del Vangelo? Religione e scaramanzia, religione ed ostentazione del proprio credo, non possono non dare vita ad interrogativi se la spiritualità sia una componente interiore ed intima piuttosto che un “vessillo” da sbandierare ai più, a volte anche una forma di esibizionismo. Forse Dio ci aiuta a siglare una rete o ci protegge da un infortunio se ci facciamo e rifacciamo il segno della croce all’ingresso in campo o, magari Dio ci ama meno se non “reclamizziamo” il suo “prodotto” che, comunque, offertoci ed offertosi in nostro aiuto da oltre duemila anni non ha certo bisogno di alcuna campagna di marketing a sostegno? Il segno di croce è promessa di vivere nella parola di Dio, anche se non sempre tutti calciatori poi in campo si comportano di conseguenza. Certo, nel mondo dello sport e dello spettacolo molto viene fatto anche per posa o prosa e, magari, determinati gesti sono eccessivamente appariscenti. Religione e, soprattutto, spiritualità sono componenti della vita di ciascun individuo e, in quanto tali, personalissimi. Cosi’, c’è chi va in Chiesa tutte le settimane, chi invece trova e parla con Dio davanti ad un tramonto o nella quiete e solitudine della sera, lo celebra dentro di sé nella propria anima salendo a quota 3000 metri lungo la china di una montagna, chi lo ritrova magari grazie al sorriso di un bambino. Forse ognuno dovrebbe custodire dentro di sé la propria spiritualità, senza esibirla, magari anche per rispetto di chi non crede affatto o crede in un Dio diverso dal nostro e che, comunque, ci ha creati. Forse, invece, nascondere la propria fede non significa rispettare chi non crede o professa altre religioni: il rispetto, spesso, è semplicemente tolleranza, cercare di comprendere e non giudicare mai neppure chi ostenta o chi predica bene e poi non si comporta in modo coerente.
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Di Admin (del 12/04/2010 @ 23:29:39, in EduCalcio, linkato 4462 volte)

Carissimi lettori di EduCalcio.it, oggi vogliamo riproporvi un interessante lettera scritta da un allenatore (Milco) e tratta dal sito web dell'Eco di Bergamo, che rispecchia purtroppo molte realtà calcistiche. Molti allenatori, probabilmente, si ritroveranno in questa descrizione. Che ne pensate?

«Io per i genitori sono e sarò sempre un allenatore incapace. Mi chiamo Milco, sono un allenatore di calcio di settore giovanile ormai da 14 anni, sempre nei quartieri di Bergamo, e attualmente sono il mister di una squadra allievi Figc. Vi racconto con ironia il perché del titolo di questa mia lettera di sfogo». «I genitori non sono e non saranno mai contenti e la loro infelicità diventa un mio limite. Ho partecipato per tre anni a un campionato categoria giovanissimi Figc denominato "fair play". Questo campionato aveva due regole principali. La prima era che la partita era suddivisa in tre tempi da venti minuti ciascuno e inoltre vigeva l'obbligo di far giocare per un tempo tutti i ragazzi che erano a disposizione in panchina». «I sette cambi io li facevo sempre all'inizio del secondo tempo, in più ovviamente c'erano tutte le altre regole comuni del gioco del calcio. Avevo venti giocatori in rosa e di conseguenza c'erano quaranta genitori. Il regolamento mi consentiva di inserire in distinta solo diciotto giocatori (undici titolari e sette a disposizione), quindi purtroppo due ragazzi non potevo convocarli». «Pronti via ed ecco che per i quattro genitori di quei due ragazzi non convocati io ero un allenatore incapace. Dai Milco, mi dicevo, non ti abbattere, ne hai ancora trentasei che ti stimano. Arrivava il giorno della partita e io mi dovevo attenere al regolamento, undici titolari e sette a disposizione». «I ragazzi erano vestiti, uscivano dallo spogliatoio ed entravano in campo per il riscaldamento. I titolari all'interno del campo di gioco, gli altri da un'altra parte a palleggiare tra loro. Boooommmm! Ecco che anche per quei quattordici genitori resisi conto di avere i propri sette figli non titolari io ero diventato un allenatore incapace, nonostante avessi comunque convocato i loro figli». «Non devo mollare, mi dicevo allora, ho ancora ventidue genitori che mi vogliono bene. L'arbitro era pronto a fischiare l'inizio della partita, i ragazzi titolari si disponevano in campo in base ai ruoli da me dati. Non era possibile, porca miseria che sfortuna, per otto genitori i loro quattro figli giocavano fuori ruolo. Mi veniva da morire, nonostante li avessi convocati, nonostante giocassero titolari, anche per loro otto io ero un allenatore incapace». «Barcollavo ma non mollavo, avevo pur sempre ancora quattordici genitori che mi stimavano.... Ma no! Finito il primo tempo e nel rispetto del regolamento, facevo entrare tutti e sette i ragazzi che erano a disposizione. Ma io mi chiamo Milco ed ero, sono un allenatore incapace e sapete cosa combinavo con i cambi? Lasciavo in campo i quattro giocatori che "erano fuori ruolo" e sostituivo gli altri sette, così anche per gli ultimi quattordici genitori io mi trasformavo in un allenatore incapace, nonostante la convocazione e la maglia da titolare». «Mi chiamo Milco, cercate un allenatore incapace?»

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Di Admin (del 03/05/2010 @ 13:37:46, in Varie, linkato 1269 volte)

La redazione di EduCalcio.it e 2Erre Organizzazioni, in collaborazione con Acerbis FootBall, organizzano il concorso dal titolo “…e se il calcio non avesse regole?”. Sono invitati a partecipare al concorso tutti i ragazzi e le ragazze dai 6 ai 17 anni, che parteciperanno o hanno partecipato a uno dei tornei promossi da 2Erre Organizzazioni (www.torneigiovanili.com) nel corso del 2010. La partecipazione è gratuita. Il titolo, in una forma un po’ “provocatoria”, ha l’obiettivo di far riflettere sull’importanza del darsi delle regole e quindi rispettarle.

Modalità di partecipazione: i partecipanti sono invitati a realizzare un prodotto creativo che illustri la propria visione del tema del concorso, si tratti di un testo/pensiero/racconto, di un disegno, di una foto, un video o altro materiale a scelta. E’ ammessa la partecipazione a gruppi (massimo 5 ragazzi/e) per favorire il lavoro di squadra.

Consegna degli elaborati: gli elaborati possono essere consegnati direttamente alla segreteria organizzativa di uno dei tornei 2Erre (Venezia Cup, Aqualandia Cup, Valpolicella Trophy, Nevegal Football Kids Festival, Pesaro Cup) o inviati per posta elettronica all’indirizzo staff@educalcio.it entro e non oltre il 30 settembre 2010. Gli elaborati dovranno essere accompagnati da: - nome, cognome, data di nascita e indirizzo di residenza del partecipante (o dei partecipanti), categoria e società di appartenenza; - un recapito di posta elettronica e telefonico

Premiazioni: una giuria costituita da rappresentanti di 2Erre Organizzazione e EduCalcio.it valuterà gli elaborati. Il giudizio della giuria è insindacabile. La giuria valuterà gli elaborati tenendo conto anche dell’età di chi li ha realizzati. I vincitori del concorso verranno contattati per concordare le modalità di ritiro del premio. Le foto delle squadre e gli elaborati verranno pubblicati su www.educalcio.it e www.torneigiovanili.com.

PREMIO: - 1° classificato: completo di mute da calcio per una squadra (18 completi + 2 da portiere) offerte da Acerbis Football

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Titolo
Giusto espellere chi bestemmia in campo?

 Si
 Non so
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"Non è vero che non mi piace vincere: mi piace vincere rispettando le regole."

Zdenek Zeman