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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Roberto Alessio (del 25/03/2010 @ 14:08:13, in EduCalcio, linkato 357 volte)
I Belong to JesusLa religione è anche ostentazione dei propri sentimenti? Dio ed il Vangelo sono “prodotti” da “reclamizzare”? A molti sportivi non sarà passato certamente inosservato, in occasione delle gare e, in particolare, a seguito della segnatura di una rete, che alcuni calciatori entrano in campo facendosi e rifacendosi il segno della croce o esponendo sotto la divisa ufficiale di gare la loro appartenenza alla Chiesa di Cristo. “I belong to Jesus (io appartengo a Gesù)” è, infatti, il messaggio che compare sulle magliette indossate da alcuni atleti, con il dichiarato intento di diffondere in ogni modo possibile il messaggio del Vangelo attraverso lo sport. Non ci riferiamo ad una setta, neppure ad una moda del momento. Sono gli “Atleti di Cristo”, movimento che ha visto le luce nella metà degli anni 80 in Brasile e che annovera decine di sportivi, principalmente calciatori e di origine brasiliana, oltre ad un indimenticato ed amato campione brasiliano di Formula 1, scomparso ad Imola nel maggio del 1994. Anomalia dello sport di vertice, spesso circoscritto a donne, motori, investimenti faraonici e vita mondana o, piuttosto, un tentativo da parte di pochi “eletti” di ricondurre un ambiente dorato alle vere problematiche della vita quotidiana attraverso il richiamo alla spiritualità ed ai valori dell’insegnamento del Vangelo? Religione e scaramanzia, religione ed ostentazione del proprio credo, non possono non dare vita ad interrogativi se la spiritualità sia una componente interiore ed intima piuttosto che un “vessillo” da sbandierare ai più, a volte anche una forma di esibizionismo. Forse Dio ci aiuta a siglare una rete o ci protegge da un infortunio se ci facciamo e rifacciamo il segno della croce all’ingresso in campo o, magari Dio ci ama meno se non “reclamizziamo” il suo “prodotto” che, comunque, offertoci ed offertosi in nostro aiuto da oltre duemila anni non ha certo bisogno di alcuna campagna di marketing a sostegno? Il segno di croce è promessa di vivere nella parola di Dio, anche se non sempre tutti calciatori poi in campo si comportano di conseguenza. Certo, nel mondo dello sport e dello spettacolo molto viene fatto anche per posa o prosa e, magari, determinati gesti sono eccessivamente appariscenti. Religione e, soprattutto, spiritualità sono componenti della vita di ciascun individuo e, in quanto tali, personalissimi. Cosi’, c’è chi va in Chiesa tutte le settimane, chi invece trova e parla con Dio davanti ad un tramonto o nella quiete e solitudine della sera, lo celebra dentro di sé nella propria anima salendo a quota 3000 metri lungo la china di una montagna, chi lo ritrova magari grazie al sorriso di un bambino. Forse ognuno dovrebbe custodire dentro di sé la propria spiritualità, senza esibirla, magari anche per rispetto di chi non crede affatto o crede in un Dio diverso dal nostro e che, comunque, ci ha creati. Forse, invece, nascondere la propria fede non significa rispettare chi non crede o professa altre religioni: il rispetto, spesso, è semplicemente tolleranza, cercare di comprendere e non giudicare mai neppure chi ostenta o chi predica bene e poi non si comporta in modo coerente.
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Di Admin (del 05/03/2010 @ 13:54:31, in Lettere al Blog, linkato 428 volte)
Sono ormai parecchi anni, da quando ho iniziato a seguire mio figlio Giuseppe, che frequento il mondo del calcio giovanile ed in questi anni ne ho viste molte di cose, belle e brutte. La parte più bella di questo mondo sono e, posso affermarlo senza ombra di smentita, i ragazzi. Tirano calci ad un pallone, si arrabbiano, si divertono e tutto finisce, sognando di essere un piccolo Totti, o un nuovo Del Piero. Poi ci sono gli adulti con le loro ambizioni, le loro frustrazioni, le loro invidie e i desideri di primeggiare, sono la parte peggiore di questo mondo e non solo di quello del calcio. Mister che pur di vincere sono disposti a tutto, che vendono sogni a ragazzi e genitori, pensando di essere i nuovi Sacchi o Ancelotti. Non hanno dubbi o incertezze, hanno inventato il calcio e non hanno nulla da imparare da nessuno, presuntuosi e immodesti, sono pessimi esempi per i loro ragazzi. Pseudo talent–scout e Società che pensano solo al business, genitori che sono esaltati e che quando si perde una partita ne fanno un dramma, scagliandosi contro l’arbitro o criticando le scelte del Mister che ha fatto una sostituzione sbagliata ,facendo entrare un ragazzino non all’altezza. Mutuiamo dal calcio professionistico tutti gli aspetti negativi, da quelli economici, a quelli della ricerca del risultato, dimenticando che lo sport è una palestra nella quale ci si confronta, nel rispetto delle regole. Si vince e si perde, ci si stringe la mano e si aspetta la prossima gara, come quando si giocava per strada in interminabili sfide tra gruppi del quartiere, senza spettatori, senza magliette uguali o divise nuove, ma sicuramente più tranquilli e felici, fondamentalmente, liberi di divertirsi!
 
A.Fiorillo
Istruttore S.Calcio Esordienti 1998
Pol.Nike Pellezzano
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Di Admin (del 03/03/2010 @ 14:05:52, in EduCalcio, linkato 384 volte)

Riportiamo l'editoriale del presidente del Comitato di Bergamo e vicepresidente Nazionale del CSI, Vittorio Bosio, apparso sull'Eco di Bergamo di mercoledì 3 marzo 2010.

E’ di alcune settimane fa, come molti avranno avuto modo di vedere o leggere, la decisione della Federcalcio italiana di sanzionare l’atleta che bestemmia con l’espulsione dal campo, anche usando la prova televisiva. E’ inutile ribadire che la questione delle bestemmie in campo è un atteggiamento sgradevole ed inappropriato a persone civili, tanto più se fanno parte della nostra Associazione. Facendo mente locale, mi sono ricordato di aver diffusamente trattato dell’argomento lo scorso anno: ed infatti, esattamente un anno fa, grazie ad alcune segnalazioni ricevute da nostri dirigenti, avevamo dibattuto a lungo sul senso di bestemmiare, sulle conseguenze disciplinari e soprattutto di quale fosse la ricaduta educativa che un tale comportamento generasse. Credo, infatti, che proprio questo sia il punto della questione: quali conseguenze provoca, in termini educativi, usare la bestemmia? A chi spetta prendere provvedimenti? E soprattutto, chi si deve fare carico delle ricadute educative? C’è poi chi, anche se allenatore di Serie A, riesce a far ricadere la responsabilità delle bestemmie in campo sui cattivi arbitraggi: credo che se si fa passare che tutto quello che accade in campo (o nella testa dei giocatori...) sia colpa dell’arbitro, non faremo mai passi decisivi verso una rinnovata cultura dello sport. Ho avuto modo, alcuni giorni fa, in occasione della presentazione in Vaticano della “Clericus Cup” di scambiare alcune battute con il Presidente della Figc, Giancarlo Abete, esprimendogli il mio sostegno, ma ricordandogli allo stesso modo che la sanzione comminata in campo dall’arbitro non può essere l’unico strumento per ovviare a questo comportamento disgustoso. Credo, infatti, come già altre volte ribadito, che questa “battaglia” si vince o si perde insieme: allenatori, dirigenti, genitori ed, infine, arbitri. Sarebbe controproducente affidare alla sola figura arbitrale il compito di fronteggiare la bestemmia in campo. Se l’arbitro, non fosse sostenuto dall’azione comune di tutti coloro che, fuori e dentro il campo, vivono la gara, sarebbe facilmente compromessa la sua autorevolezza. Sono convinto che, come per altre vicende, tutto ricada nella sfera propria della sfida educativa che i nostri tempi, sempre più urgentemente, ci impongono di non trascurare e che, purtroppo, si sta trasformando in vera “emergenza educativa”.

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Titolo
Giusto espellere chi bestemmia in campo?

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"Dopo tanti anni in cui il mondo mi ha concesso molte esperienze, ciò che so con maggiore certezza sulla moralità e sul dovere lo devo al calcio"

Albert Camus