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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
Questo mese, per la rubrica “Il Personaggio” abbiamo voluto intervistare don Michele Falabretti, direttore dell’UPEE (Ufficio Pastorale Età Evolutiva) della Diocesi di Bergamo.
Ciao don Michele, che rapporto ha la Chiesa oggi nei confronti del “mondo sportivo”?
Con sempre maggior chiarezza, la Chiesa avverte che non ci si può limitare a considerare lo sport come un semplice esercizio fisico, un apprendimento meticoloso di tecniche e regolamenti, la messa in scena di uno spettacolo atletico e professionale. C’è attorno allo sport uno straordinario confluire di interessi e coinvolgimenti che lo rendono un evento di ampie proporzioni per milioni di cittadini, di ogni ceto sociale. La Chiesa ha recentemente fornito un contributo alla ripresa e all’orientamento dell’iniziativa pastorale in questo campo. E’ un dono delle nostre parrocchie e nel contempo un sostegno alle associazioni sportive oratoriali, che manifestano un’autentica disponibilità a garantire la funzione umanizzante dello sport. Attraverso un documento della CEI intitolato “Sport e vita cristiana”, la Chiesa vuole dare voce alle richieste culturali ed educative degli operatori, degli allenatori e degli educatori dell’ambito sportivo.
Sono molti gli oratori dove si pratica sport?
L’attività sportiva in Oratorio è molto diffusa. Basta pensare alla fisionomia stessa degli oratori, che sono nati con un campo sportivo, di calcio o pallavolo, che accompagnava la struttura stessa. L’Oratorio ha sempre avuto una vocazione sportiva. Proprio perché deve sentirsi responsabile di una educazione “globale” della persona. Bergamo si fa forza di un ente CSI estremamente competente e organizzato, che crede nella valenza educativa dello sport in Oratorio e ha costantemente appoggiato e valorizzato la collaborazione con il nostro ufficio in ambito pastorale. Pensiamo anche solo alla manifestazione estiva di SportGiovane in concomitanza con i CRE della Diocesi.
Bhe… anche in Seminario si pratica… a quanto ci risulta Bergamo è sempre nei primi posti al torneo di calcio dei seminari lombardi…
Diciamo che abbiamo, a livello di seminario, un’ottima tradizione… Se poi l’Atalanta batte 3-1 i campioni d’Italia, anche a livello generale la scuola bergamasca conferma di essere all’avanguardia. Coltivando questa passione ad “alti livelli” in seminario, la speranza è che siano ottime poi le reazioni quando i seminaristi diverranno direttori d’Oratorio.
È vero che la diocesi di Bergamo, insieme a tutte le diocesi della Lombardia, si sta interrogando su cosa significhi fare sport in Oratorio?
Nell’anno pastorale 2008-2009 la volontà delle Diocesi Lombarde è quella di focalizzare l’attenzione su una ricerca, in collaborazione con l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Brescia e Milano, che stimoli la riflessione sull’importanza educativa dello sport all’interno degli oratori. La regione Lombardia supporta da anni le Diocesi lombarde in questi progetti di ricerca azione sul territorio, considerando gli oratori come essenziali agenzie educative. Quest’anno la scelta è caduta su uno strumento educativo qual è lo sport, strumento storico che da anni accompagna le proposte degli oratori ma che necessita di essere osservato, studiato e aggiornato per andare di pari passo con una società attuale in continuo divenire e con quello che i bambini, i ragazzi e i giovani vivono a livello personale nel praticare attività sportiva. Tale azione ricerca verrà condivisa con gli oratori lombardi il 7 marzo 2009, presso il Centro Congressi Papa Giovanni XXIII a Bergamo. La collaborazione tra le diocesi lombarde è segno di attenzione al lavoro in rete, considerato come preziosa risorsa per migliorare le offerte formative delle singole realtà oratoriali.
Cosa vorresti dire ai parroci e ai curati riguardo a questo?
Invito caldamente parroci e curati a partecipare al convegno perché si tratta di una opportunità importante per guardare e conoscere meglio il fenomeno sport nei nostri oratori. Le riflessioni di taglio diverso, che verranno avanzate e condivise, costituiranno un mezzo utile e significativo per fare della proposta sportiva in oratorio un’attività non solo fisica, ma aggregativa e formativa meglio strutturata e sviluppata. E’ giusto interrogarsi su quali significati vogliamo attribuire allo sport fatto in oratorio, i legami con le altre attività, le relazioni tra le figure adulte chiamate in causa, le difficoltà di gestione da evidenziare ed affrontare. Tutto questo perché non possiamo, da responsabili d’oratorio, chiudere gli occhi di fronte a qualcosa che attrae, impegna e diverte così tanto i nostri ragazzi. E che spalanca possibilità educative di ampio raggio e significato.
In bocca al lupo… continua così!
Grazie, anche a voi!
Di Admin (del 22/01/2009 @ 22:23:22, in EduCalcio, linkato 1809 volte)
La vicenda del calciatore Riccardo Kaka, eccessivamente proposta da media negli ultimi giorni, conduce ad una considerazione: tutti possono essere coinvolti in proposte indecenti. La libertà personale concede però di fare scelte legate ai valori e non al solo business economico. Anzitutto nessun dubbio sul giocatore Riccardo Kaka: è un serio professionista sportivo ed atleta molto dotato. È una persona oltremodo corretta, con faccia da ragazzo pulito e testimone di grandi valori. È anche un uomo che ha fatto discutere per la profonda fede. Coraggioso al punto da mostrare una maglietta inneggianti a Gesù Cristo dopo una vittoria. La proposta indecente nasce dal credere che nulla sia impossibile al dio denaro. Che tutti hanno un prezzo e possono essere comprati. L’esito della vicenda può avere una grossa valenza educativa per i giovani che praticano lo sport e da esso vengono affascinati. Comunque operi il business sportivo, ogni persona porta in se un sogno, una speranza. Non si può, per nessuna ragione, spegnere i sogni dei giovani. In questa terra di dormienti appesantiti dal successo, dal denaro, dal troppo agio, non è giusto negare ai giovani il sogno di un futuro fatto di fedeltà alla propria maglia, ai valori umani, ai rapporti coi compagni di gioco, al proprio dovere… Nello sport i sogni non hanno prezzo. E nessuno può comprare il nostro sogno! Per questo, caro Ricardo, il CSI oggi ti ha spedito un telegramma di ringraziamento. Spero lo leggerai presto. Gli amici del CSI lo vedranno invece pubblicato sabato sul nostro consueto inserto di Avvenire.
Scritto da Mons. Claudio Paganini, Consulente Ecclesiastico del CSI
Ecco la lettera che il CSI ha inviato al giocatore del Milan, Ricardo Kakà Caro Ricardo, a nome dei 60.000 giovanissimi che giocano al calcio nel Centro Sportivo Italiano, divertendosi e magari sognando un futuro da campione, desidero ringraziarti. Forse non te ne sarai reso conto, ma la tua decisione di restare nella società nella quale ti sei affermato ha una grossa valenza educativa per i ragazzi che praticano lo sport. Per i più giovani il calcio, come ogni sport, dovrebbe restare soprattutto un gioco, un’attività felice che genera gioia e speranza, che aiuta a capire il senso della vita. Oggi rischiano di imporsi altri modelli, dove l’orgoglio della maglia, la gratitudine verso allenatori e dirigenti, l’amicizia con i compagni di gioco contano poco. Grazie per aver ricordato ai nostri ragazzi come sia sempre possibile, nello sport e al di là di esso, fare scelte legate ai valori e non al solo al vantaggio economico e al successo.
Si è celebrata Sabato 15 Novembre la Giornata Mondiale del Fair Play promossa in tutto il mondo dal Panathlon International in collaborazione con l’Unesco e il CIFP (Comitato Internazionale Fair Play). A Bergamo lo spazio Viterbi di Via Tasso ha fatto da cornice alla consegna dei premi Fair Play 2008 assegnati a personaggi di spicco della realtà bergamasca; in particolare a Gherardo Noris, presidente dello sci club Goggi, è stato conferito il Premio alla Carriera, a Mario Poletti, campione Skyrunner, il Premio alla Promozione e all’ Istituto Comprensivo di Villa d’Ogna, con una borsa di studio Baldassarre Agnelli, il Premio al Gesto. Abbiamo sempre pensato al Fair Play collegandolo agli sport di gruppo, nel nostro caso al calcio, ed è per questo che ci ha incuriosito l’assegnazione di uno dei premi ad un personaggio, Mario Poletti, che pratica uno sport individuale: lo skyrace.
Mario, che cosa fa uno skyrunner?
Letteralmente skyrunner significa “corridore del cielo”. Uno skyrunner è un’atleta che pratica la maratona ad alta quota percorrendo distanze tra i 20 e 42 km e oltre e ad altitudini tra i 2000 e i 4000 mt. Una fusione tra alpinismo e competizione sportiva. Una prova non dell’uomo CONTRO la natura, ma dell’uomo NELLA natura. Sicuramente ai più sembrerà essere uno sport di nicchia, quasi estremo, ma negli ultimi anni sta prendendo piede a livello italiano e mondiale.
Sabato 15 Novembre hai ricevuto il premio Fair Play. A cosa si deve questo riconoscimento?
Devo dire che è stata una sorpresa inaspettata. In effetti pratico uno sport individuale e la motivazione dell’assegnazione di un premio Fair Play, mi ha fatto riflettere sul mio percorso come atleta. Ho capito che quello che sto facendo, non solo a livello sportivo, sta funzionando. Penso che la mia scelta di promuovere lo sport di montagna in modo semplice e genuino, il mio modo di coinvolgere le persone di qualsiasi età attraverso momenti di festa e il mio modo di mostrare la bellezza delle montagne bergamasche, che io stesso ho riscoperto durante i miei quotidiani e numerosi allenamenti, abbia ottenuto lo scopo che mi ero prefissato.
Perché si parla sempre più spesso di Fair Play?
Il mondo dello sport è un ambiente frenetico dove l’obiettivo è la corsa al risultato. I ragazzi, ma non solo loro, hanno perso di vista la motivazione che li ha spinti a fare un’attività sportiva che è il puro piacere di farlo. Si può essere degli ottimi atleti senza raggiungere risultati eccezionali, ciò che conta è che il risultato sia il frutto del proprio impegno e dei propri sacrifici. Lo sport non deve essere esasperazione e frustrazione perché poi si arriva ad un punto in cui occorre disciplinare atleti e spettatori verso un comportamento sportivo e civile.
Hai vissuto nel tuo sport, direttamente o indirettamente, degli episodi di Fair Play?
I momenti di fair play sono tutti i “Piccoli Gesti Spontanei” nei confronti degli atleti in difficoltà. Mi viene in mente l’ atleta che durante una competizione si è accasciato per un crampo e mi sono fermato a massaggiarlo o ancora l’atleta che ha perso l’equilibrio ed è caduto a valle di un sentiero ed ho abbandonato la corsa per raggiungerlo ed aiutarlo a risalire. Non devono necessariamente essere gesti eclatanti, ma dettati dal buon senso. Se vedo una persona da sola in difficoltà il traguardo può attendere, ci saranno altre occasioni.
Che responsabilità hanno i noti personaggi sportivi nei confronti dei ragazzi?
Grandissima, più si è un personaggio sotto le luci dei riflettori e più si deve avere la responsabilità delle proprie azioni che possono essere emulate dai più piccoli. Nel mio piccolo, sentire un bambino su un sentiero di montagna che dice: “da grande voglio fare il Mario Poletti” mi ha fatto seriamente riflettere.
Il termine “bullismo” è la traduzione italiana dell’inglese “bullying”, utilizzato per descrivere una serie di comportamenti dove qualcuno, ripetutamente ed intenzionalmente, fa o dice delle cose per avere il controllo o potere su un’altra persona o dominarla. Il primo studioso ad occuparsene in modo sistematico fu negli anni 70 Dan Olweus, un professore di psicologia all’Università di Bergen (Norvegia), che analizzò una serie di episodi di comportamenti “di forza” perpetrati da alcuni ragazzi ed adolescenti a danni di altri, nella Norvegia stessa, successivamente nei paesi scandinavi, anche se il fenomeno è ormai diffuso anche in altri stati europei e persino negli Stati Uniti. Il termine originario sopradescritto evidenzia sia il comportamento dell’aggressore sia quello della vittima, in quanto va valutato complessivamente nella relazione d’insieme che si crea tra i due. A questo punto è possibile identificare alcuni degli indicatori del comportamento del bullo che si manifesta a livello:
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Fisico con pugni, calci, spinte, sottrazione o distruzione d’oggetti personali di proprietà della vittima;
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Non Fisico, in modo Verbale (attraverso lo scherno e l’umiliazione, minacce ed aggressioni verbali) e Non Verbale (con gesti offensivi o manifestazioni d’insofferenza, intenzionale isolamento ed esclusione dal gruppo della vittima, pettegolezzi fastidiosi diffusi a terzi).
Questi comportamenti, con esclusione di quelli naturalmente più manifesti, potrebbero facilmente sfuggire agli occhi dei più, insegnanti, educatori sportivi e genitori, laddove quotidianamente e continuativamente non si riuscisse a prestare sempre adeguata attenzione ad osservare, ascoltare, dialogare con i propri allievi e figli. Secondo quanto sostenuto dallo psicologo G.P. Charmet (riportato da M. Malagutti in Dica 33, Psicologia e sessualità, del 10.9.2004), la famiglia assume gran parte della responsabilità nell’originarsi del fenomeno del bullismo. Infatti, poiché “i genitori sono sempre più occupati dal lavoro, meno presenti o assenti del tutto in qualche caso, può succedere che i bambini se ne costruiscano una tutta loro a scuola o in strada, una famiglia sociale che occupi il posto di quella naturale”. Così, “ quando la leadership di quella famiglia sociale è nelle mani di bambini che vogliono affermare con forza il proprio potere nel gruppo e la propria identità, si ha il bullismo. E la vittima designata è, infatti, non a caso, il tipico figlio di mamma, quello cioè accuratamente pettinato, vestito, viziato e coccolato, privo cioè dei segni distintivi del gruppo e di quelli della famiglia” (vedi in nota M. Malagutti). In tal caso, come analizzato da L. Castelli e S. Bonaccorso (Il Bullismo, piaga da combattere, in Il Nuovo Calcio, n.115, feb. 2002, pag. 62), ne deriva la possibilità di evidenziare i tre vertici del triangolo che segnano il territorio su cui si sviluppa il fenomeno e cioè:
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Il Bullo, persone (bambini, adolescenti, ragazzi) che manifestano una condotta antisociale, non rispettano le regole, mostrano ostilità verso l’ambiente; solitamente forti ed abili nello sport, arroganti e prepotenti, esprimono un forte bisogno di potere e non sanno controllare la propria aggressività e, inoltre, non si assumono la responsabilità delle proprie azioni.
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La Vittima, è il bersaglio d’azioni offensive, solitamente l’imbranato, chi fa perdere la partita, chi è scelto per ultimo, quando si fanno le squadre.
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Il Gruppo, sono i compagni, spettatori presenti alle scene di bullismo ed accondiscendenti od inermi, pubblico indispensabile affinché il dramma messo in atto dal bullo possa andare in scena.
Il bullismo, fenomeno antisociale giovanile per nulla sporadico, trova analoga corrispondenza nel mobbing del mondo del lavoro o nel nonnismo dell’ambiente militare: in quanto espressione di prepotenza e di violenza ai danni delle persone, sia che si perpetri nell’aula di una classe o nello spogliatoio di un club sportivo o nel cortile di un abitazione, è un problema di tutti, nessuno escluso.
Tratto da "Nella valigia dell'allenatore" Ed. Calzetti & Mariucci
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Pierluigi Collina
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