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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
Domenica 20 luglio la “Gazzetta dello Sport” ha pubblicato un’intervista al numero uno del CSI, Massimo Achini. Vi si leggono temi variegati, dagli obiettivi prossimi dell’associazione, ai rapporti con le istituzioni e con lo sport professionistico. Riportiamo il testo integrale, pubblicato sulla rosea.
Tra le più antiche associazioni di promozione sportiva del nostro Paese, il Centro sportivo italiano è un ente senza scopo di lucro, fondato sul volontariato, che promuove lo sport come momento di educazione, di crescita, di impegno e di aggregazione sociale. «La strada da percorrere oggi è quella di un forte rinnovamento nella continuità. Progetti impegnativi e ambiziosi contraddistingueranno questo quadriennio – spiega il neopresidente del Csi Massimo Achini – che si svilupperà nel segno del motto “volare alto con i piedi per terra”. Al di là dei risultati riteniamo lo sport uno strumento di educazione. Oggi più che mai si sente la necessità di offrire ai giovani quella formazione e quei valori che trovano nelle discipline sportive la loro esaltazione».
A chi si rivolge il Centro sportivo italiano? «Ci occupiamo di tutti gli sport per ogni fascia di età, ponendo massima attenzione a chiunque. Il Csi è un ente di ispirazione cristiana fortemente radicato negli oratori. Pensare a questi luoghi come fucina dei campioni di un tempo, ormai storicamente superati, è un errore: gli oratori costituiscono tuttora il presente e il futuro dello sport, che da qui deve ripartire».
Quali sono i principali obiettivi del quadriennio? «È importante valorizzare le società sportive basate sul volontariato e sull’opera di autentici eroi del quotidiano, dirigenti, allenatori e arbitri che dedicano una parte importante del loro tempo a educare i ragazzi. Un punto cruciale riguarda anche la formazione degli allenatori. Oggi sono necessari riconoscimenti per i nostri educatori e un’ulteriore missione è il rilancio dell’attività giovanile. Inoltre, la nostra sfida è quella di aumentare, in un solo anno, del 10 per cento il numero degli iscritti. È un obiettivo ambizioso che sono certo di poter raggiungere grazie ai nostri dirigenti straordinari».
Come si pone il Csi nei confronti dello sport professionistico? «I campioni costituiscono un modello. Il mondo professionistico e i ragazzi devono stipulare una nuova alleanza. In questo senso il Csi si è già attivato, come confermano i protocolli di intesa firmati due anni fa con l’Inter e lo scorso anno con il Milan a favore dello sport negli oratori. Il nostro obiettivo è coinvolgere altre società e, oltre al calcio, altre discipline».
Come vi rapportate con le istituzioni? «È importante che gli organi istituzionali comprendano il ruolo sociale delle società sportive e prevedano aiuti economici, per l’impiantistica e per i percorsi di formazione. Il governo e il Coni devono riconoscere il lavoro svolto per il Paese e anche in ambito professionistico deve essere chiara l’importanza dello sport di base. Bisogna anche ricordare che nel nostro Paese manca una legge quadro sullo sport. In questo senso contiamo molto sulla grande sensibilità e disponibilità del presidente del Coni Gianni Petrucci e confidiamo di trovare in Parlamento uno schieramento trasversale di appassionati di sport volenterosi di dare forma una legge».
Dal presidente Achini arriva anche un sentito grazie a tutte le società sportive CSI, a ciascuno dei loro allenatori, dirigenti, arbitri, capaci di fare mille sacrifici per regalare emozioni ai ragazzi.
Se i punti di vista sono diversi - e nella maggior parte dei casi lo saranno - specie in questioni tecniche, si rivela sempre preferibile che l’allenatore non intrattenga discussioni con i genitori che lo “contestano” alla presenza di altri genitori o, peggio ancora, davanti ai ragazzi. Anche se la situazione potrà sembrarci di sfuggire di mano, perché ci sentiamo “trascinati per i capelli” in una discussione anche animata, iniziata sempre nel momento meno opportuno, ad esempio al termine di una gara ricca di tensione emotiva e magari conclusasi con una sconfitta, richiediamo tempo e luogo debito per affrontare tutti gli argomenti. In particolare, pur essendo spesso difficile rimanere tranquilli e distaccati – siamo pur sempre uomini e non robot – discutere, magari animatamente davanti ai ragazzi, non potrà che peggiorare la situazione: in particolare l’adolescente sarà sempre combattuto nel dover scegliere tra coloro che ai suoi occhi sono comunque due miti, il genitore ed il mister. Meglio che entrambi non perdano questo ruolo e che nessuno dei due cerchi di prevaricare l’altro, sostituendosi nell’operato: entrambi possono e devono coesistere, rivelandosi fondamentalmente utili nel contribuire alla crescita del minore che, una inopportuna e sempre differibile discussione, potrebbe compromettere. Attenzione a non cercare di accaparrarsi comunque i favori dell’allievo durante una discussione o cercando di sminuirne il ruolo o l’autorità dell’altro adulto: i valori “affettivi” in gioco sono davvero importanti ed è bene non siano alterati, sminuiti o posti a confronto per un’inutile scelta.
Può capitare, soprattutto a livello giovanile o dilettantistico, che nella rosa a disposizione di un allenatore ci sia anche il proprio figlio. Tali situazioni sono rare nel mondo professionistico, anche se non mancano esempi particolarmente illustri, come quelli di Cesare Maldini che allenava il “suo” Paolino e De Rossi nella Primavera della Roma. Evidentemente queste situazioni partono da un presupposto che è stato il “caso” a ricongiungere la famiglia su un campo da gioco! Nei dilettanti, purtroppo non sempre è così, si fa di necessità virtù e può accadere che la scelta non sia così casuale come sarebbe meglio fosse. I motivi che possono indurre un genitore ad allenare il proprio figlio sono molteplici: ad esempio, garantire una costante attenzione oltre che in casa anche nello sport, essere certi che il ragazzo sia seguito ed educato correttamente, ritenere che non vi siano alternative tecniche tattiche altrettanto valide, etc.. Come sempre ci deve soccorrere il buon senso, e il primo provvedimento da intraprendere è quello di fare solamente l’allenatore e non il papà-allenatore o l’allenatore-papà:il proprio figlio deve essere un allievo come tutti gli altri, con pregi da valorizzare e difetti da correggere, con potenzialità ancora inespresse ma anche con limiti, talvolta faticosamente superabili. Comprendere dove si colloca il proprio figlio in questa scala di valori è fondamentale per sviluppare delle metodologie effettivamente allenanti e dei sistemi premianti. Se, viceversa, il figlio è visto con gli occhi del cuore, allora il rischio di una sua cattiva gestione - si badi sia per “buonismo” sia per eccessive esigenze - diventa certezza. Lo stesso dicasi anche per l’allenatore, che potrebbe sopravvalutarsi e quindi optare per fare il personal trainer del proprio erede per presunte competenze che in realtà non si possiede o, al contrario, per scarsa autostima affidare il proprio figlio a persone presumibilmente più competenti ma che, alla fine, si potrebbero rivelare essere meno capaci. Pensiamo che possa essere d’aiuto il parere di chi non appartiene alla famiglia ma conosce il ragazzo - un dirigente, un amico, un collega allenatore …- e, soprattutto ci conosce come uomini, come padri, educatori ed allenatori.
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"L'unico posto in cui successo (success) viene prima di lavoro (work) è il dizionario"
Vince Lombardi
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