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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Admin (del 27/02/2008 @ 21:51:22, in EduCalcio, linkato 1321 volte)

In campo si gioca a calcio, ma il pubblico e gli allenatori sembrano quelli di un match di tennis. In California va in scena il "Silent Soccer": tutti zitti mentre i ragazzini del campionato giovanile si sfidano in campo, con genitori che si mordono la lingua e allenatori costretti al "gioco dei mimi" per incitare i loro piccoli centravanti. Per un fine settimana, l’area di Los Angeles del campionato dell’American Youth Soccer Association (AYSO) ha sperimentato il calcio silenzioso, per verificare se le bocche cucite sugli spalti e in panchina possono contribuire a frenare le tensioni e le violenze. In America come in Italia, i genitori dei baby calciatori sono tra i fans più focosi, anche se non paragonabili alle famiglie dell’hockey su ghiaccio, ritenuto il più rovente tra gli sport giovanili americani (nel 2000 il padre di un ragazzino del Massachusetts picchiò a morte quello di un avversario durante una partita). "Vogliamo dare ai ragazzi la possibilita’ di giocare e di farlo da soli, senza pressioni", ha raccontato Aldo Mascheroni, presidente della Lega giovanile locale, al Los Angeles Times. Mascheroni e gli altri leader del calcio per ragazzini hanno suggerito ai genitori di recarsi allo stadio armati di leccalecca o altri oggetti da tenere in bocca, per vincere la tentazione di mettersi a gridare. Le regole del calcio silenzioso prevedono che si possa applaudire quando viene segnato un gol, ma è vietato qualsiasi altro rumore che vada oltre il sussurro. Una sfida che si è rivelata non facile per i genitori e un tormento per gli allenatori. A Glendale, alla periferia di Los Angeles, il pubblico sabato si è divertito ad osservare la buffa gestualità con la quale l’allenatore Bob Miret ha cercato di dare ordini ai suoi ragazzi, nella sfida tra "Vicious Vampires" e "Iron Maidens". "E’ surreale, e’ una sfida enorme per me tenere la bocca chiusa", ha commentato Miret alla fine del match. Problemi analoghi li hanno avuti molti genitori sugli spalti, abituati a gridare a pieni polmoni per tutta la partita per incitare i figli o per insultare gli arbitri. "Era meglio se restavo in macchina - ha detto (sottovoce) Mary Hannessian, impegnata a seguire la figlia di 12 anni in campo - perchè guardare senza gridare è assurdo. E’ come entrare in un bar dove ti dicono che non puoi avere niente da bere". La California ha avuto in questi anni qualche problema con genitori troppo focosi alle partite dei figli. Nel 2001 un padre tentò di aggredire un ragazzino della squadra avversaria a San Juan Capistrano, dando il via a una rissa in campo che coinvolse 30 adulti. Un anno prima, un altro padre fu condannato a 45 giorni di carcere per aver aggredito e minacciato di morte l’allenatore del figlio, dopo che il ragazzo era stato mandato in panchina alla fine del primo tempo. I più soddisfatti per l’esperimento del silenzio sono risultati gli arbitri, che per un fine settimana si sono risparmiati la consueta dose di insulti e hanno suggerito di riproporre il test più spesso.

Fonte: Spirit Of America / Foto: Uefa.com

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Di Roberto Alessio (del 26/02/2008 @ 12:15:16, in EduCalcio, linkato 464 volte)

Proviamo a pensare al più classico – e speriamo superato - approccio con il gruppo dove il mister stabiliva, in maniera unidirezionale ed autoritaria,  alla stregua di un comune e sprovveduto venditore o  di convinto  “sergente di ferro”, il programma della stagione, le regole del “gioco”, senza tuttavia fornire alcuna spiegazione sul metodo da seguire o, fatto ancor più grave, verificarne ed ottenere la condivisione da parte degli atleti. “Faremo questo e quest’altro ancora, perché serve e perché ha sempre dato buoni risultati nelle squadre dove ho allenato”, potrebbe essere un modo di presentarsi superficiale e di dubbia efficacia come, analogamente, optare  per il silenzio e l’immediato inizio dei lavori, dimenticando in entrambi i casi due fondamentali concetti di base e cioè che:

  • non tutti i gruppi sono uguali, come del resto potremmo non esserlo più noi sulla base delle precedenti esperienze vissute, siano esse positive che negative
  • gli atleti, giovani od adulti, non sono meri esecutori passivi di un progetto ma i protagonisti o, comunque, i co-protagonisti

In particolare, non ci saranno frasi preconfezionate o parole standard da utilizzare e valide per tutte le “stagioni” poiché  numerose sono le variabili che possono influenzare l’approccio e la presentazione al team, tra le quali, ad esempio, allenare tra i professionisti od i dilettanti, allenare gli adulti od i ragazzi, allenare atleti che lavorano o studiano, iniziare la stagione o subentrarvi in corso d’opera, operare con un gruppo nuovo oppure già conosciuto (magari, allenato nella precedente stagione), realtà, storia, cultura sportiva, programmi ed obiettivi societari.

 

Ciò premesso, non essendo opportuno rispolverare e riproporre sempre lo stesso clichè, dovremo cercare comunque di porci al gruppo serenamente ed in modo semplice, soprattutto senza roboanti  proclami che potrebbero dare vita ad aspettative poi disattese.

Ricordando il vecchio adagio che “chi ben inizia è a metà dell’opera”, almeno spesso, ecco, dunque, la proposta di alcuni piccoli passi che possiamo suggerire, attivandoci per la:

  • Scelta di un luogo appropriato (pulito e tranquillo), quale la sede, l’interno dello spogliatoio od il campo di allenamento stesso, preferibilmente ponendo il gruppo in cerchio od a ferro di cavallo per ricercare coesione e “complicità”, collocandoci al centro dello stesso; preferibile, a tale proposito, non stare fermi ma cercare di muoversi in direzione degli atleti al fine di non dare dimostrazione dell’insegnante che parla dalla cattedra e per catturare e tenere sempre desta la loro attenzione
  • Scelta di un modo espositivo appropriato, rivolgendoci sempre a tutti gli atleti, ricercandone lo sguardo, il riscontro visivo e preferibilmente verbale
  • Scelta del “giusto” tempo da dedicare, affinchè l’incontro non si trasformi in una lunga ed estenuante dissertazione su tematiche anche non attinenti: una ventina di minuti al massimo, in ogni caso il tempo sufficiente per ascoltare tutti gli atleti, concludendo con una sgambatura ed una partitella di “presentazione” o con l’inizio di una parte del programma (che andrà preventivamente illustrato)
  • Conoscenza degli atleti attraverso loro auto-presentazione: facciamo parlare loro, chi sono e cosa fanno, da quanti anni e perché giocano a calcio, cosa richiedono dalla stagione sportiva, il perché della scelta della società sportiva
  • Presentazione personale breve, esponendo chi siamo e da dove veniamo, omettendo preferibilmente di sbandierare gli eventuali successi pregressi che potrebbero renderci anche antipatici e presuntuosi
  • Chiarimento del ruolo: l’allenatore ha il compito, specie nel settore giovanile, di aiutare i giovani calciatori, attraverso un percorso guidato e progressivo, ad elaborare e superare, prima con il suo aiuto e successivamente in autonomia, gli ostacoli che il percorso della vita sportiva porrà di fronte; forse non un amico ma sicuramente non un nemico, che  osserva, ascolta, elabora, a volte sbagliando, e decide in proprio in quanto da solo ne risponde. 
  • Comunicazione degli obiettivi, precedentemente  condivisi con la società sportiva, oltre a quelli eventualmente personali
  • Richiesta di condivisione degli obiettivi: da soli non si andrà da nessuna parte e si potranno in questo modo prevenire probabili conflitti.
  • Richiesta al team di un breve lasso di tempo prima di essere giudicati poiché dovremo, non solo a noi stessi giorno per giorno, dimostrare anche agli atleti le nostre capacità: se troppo spesso la prima impressione è quella che conta e che rimane impressa, tre/quattro settimane almeno potrebbero essere sufficienti
  • Dichiarazione, almeno in linea generale,  degli strumenti, delle modalità e delle tempistiche per cercare di realizzare insieme gli obiettivi; specialmente con i più giovani, dopo aver delineato e condiviso gli obiettivi, possiamo provare a richiedere che le modalità di esecuzione siano delineate proprio da loro stessi: cosa volete fare quest’anno? Vincere il campionato!. Bene, per fare ciò quanti allenamenti ritenete siano sufficienti? TRE. Bene. Come dobbiamo affrontarli? Con impegno. Bene. Per impegnarci cosa dobbiamo fare? Ascoltare l’allenatore, richiedere spiegazioni  e cercare di dare il massimo. Bene. Per questo cosa bisogna fare? Essere sempre presenti, aiutarci, avere rispetto per…., avvisare l’allenatore o la società in caso di…. Bene,……….etc
  • Creazione di motivazione, magari enfatizzando l’importanza, senza naturalmente esagerare, di ciò che si cercherà di compiere insieme
  • Proposta della verifica dei passi effettuati a scadenze prestabilite.
  • Proposta al team e richiesta allo stesso di mantenere sempre alta la curiosità per la cultura e la disciplina sportiva praticata, attraverso la ricerca continua di spiegazione e di confronto: il gioco del calcio è un mezzo per crescere, non un fine, neppure in una società professionistica

Tratto da “Nella valigia dell’allenatore” ed. Calzetti & Mariucci, 2007, Roberto Alessio

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Di Admin (del 18/02/2008 @ 19:30:36, in EduCalcio, linkato 378 volte)
Edio Costantini - Presidente Nazionale CSISe ne sono accorte anche le colf straniere che lavorano nelle famiglie italiane: i nostri ragazzi non brillano per educazione. Il 50,9% di essi si lascia andare a capricci, a vizi, a disubbidienze, ad atteggiamenti di comando quando desiderano qualcosa. Secondo le colf la colpa è del modello educativo adottato, troppo permissivo, che lascia la porta aperta all’egoismo e all’irresponsabilità. Che versiamo in una situazione da allarme rosso lo aveva già denunciato, in ottobre, il viceparroco di Finale Emilia, rinviando la celebrazione della Cresima per 62 ragazzi perché troppo maleducati e abituati al turpiloquio per ricevere il sacramento. Anche i fenomeni del bullismo e della delinquenza giovanile, in costante aumento, vanno riportati a tale contesto, quali conseguenze estreme del deficit educativo. Sembra quasi che l’inno di questa generazione sia la vecchia canzone di Vasco Rossi: «Voglio una vita maleducata/ di quelle vite fatte così/ Voglio una vita che se ne frega/ Che se ne frega di tutto sì». Scaricare la responsabilità di una soluzione soltanto sull’istituzione famiglia è ingiusto e serve a poco, anche perché nessuno si adopera per insegnare ai nuovi genitori come crescere i figli da «bene educati». D’altro canto la responsabilità educativa è diventata trasversale e tocca l’intero “villaggio” sociale. Educare è ora cosa troppo difficile perché basti affidarla alle invenzioni e all’esempio di qualche «apostolo». Bisogna essere in tanti, essere in rete, essere competenti, essere coraggiosi, essere appassionati. Tanto più che gli obiettivi educativi vanno ormai ben oltre l’apprendimento delle «buone maniere». Ai giovani dobbiamo conferire parametri chiari per molto altro ancora: in tema di solidarietà, di assunzione di responsabilità, di integrazione, di tolleranza, di legalità, di democrazia, di cittadinanza attiva. Lo sport è uno degli strumenti disponibili, e la società sportiva è uno dei pochi luoghi in cui i giovani di diversa provenienza possono essere aggregati e indirizzati a pratiche di vita virtuose. Il CSI ha scelto di educare attraverso lo sport, il gioco, la festa. Può sembrare poco, invece è moltissimo. Non serve predicare da altri pulpiti, da altre cattedre: i ragazzi hanno bisogno maggiormente di chi condivida con loro un pezzo di strada piuttosto di chi si limita ad indicagli un percorso. C’è un antico sapore di vangelo in questo stile: educare strada facendo, camminando insieme, coinvolgendosi l’uno nella vita dell’altro, sperimentando fianco a fianco fatiche e speranze nella ricerca della verità.

Edio Costantini

Fonte: CSI
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Di Admin (del 09/02/2008 @ 12:10:13, in Lettere al Blog, linkato 450 volte)

Gent.ma Redazione di Educalcio,

scrivo in merito al vostro articolo sul Terzo Tempo-Fair Play. Sono l'addetto stampa del Riviera Pontedassio un società dilettantistica ligure (di Imperia). La nostra 1^ squadra milita nel campionato di Promozione. Abbiamo, inoltre, 15 squadre giovanili dagli Juniores ai Pulcini e Primi Calci (circa 250 ragazzi). Dall'autunno scorso abbiamo messo in pratica un programma di educazione alimentare che prevedeva una serie di incontri dedicati sia ai genitori che ai giovani calciatori con una nutrizionista, la Dott.ssa Roggeri, biologa specializzata in scienza dell'alimentazione, che ci guida in questa, secondo noi innovativa iniziativa. Da dicembre 2007 le nostre squadre giovanili non agonistiche al termine degli incontri casalinghi offrono e consumano la merenda con la squadra appena affrontata (Terzo tempo - fair play). La merenda è composta da alimenti sani e nutrizionalmente corretti offerti dai nostri sponsors. Abbiamo denominato questa iniziativa "Happyflo Campione in salute" chiamandosi Happyflo la nostra mascotte. Siamo una società affiliata alla Juventus Academy e penso che riusciremo ad allargare l'iniziativa ad altre società affiliate, grazie all'appoggio della società bianconera. Penso che, se si ha la volontà, queste iniziative riusciranno a prendere piede almeno nei settori giovanili. E sarebbe già un gran passo in avanti per un calcio più sano. Cordiali saluti.

Perrera Davide

Bambini del Riviera Pontedassio incontrano la Dott.ssa Roggeri

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Di Admin (del 08/02/2008 @ 10:33:15, in Sicurezza, linkato 423 volte)

Dopo il tragico incidente che ha provocato la morte del giovane calciatore quattordicenne Alessandro Bini, il nostro blog si sente di appoggiare l’iniziativa "Campi sicuri" lanciata da AgenziaCalcio.it.

E' giunto il tempo di esigere sicurezza ed educazione ovunque, una sicurezza che dovrà necessariamente passare dalla presenza in ogni campo di strumenti salvavita come i defibrillatori, (per altro la LND ha fatto accordi e convenzioni con case produttrici, e tale investimento è sotto i 2.000,00 euro: una sciocchezza visti alcuni budget, un dovere per le amministrazioni e le società) al vuoto assoluto attorno al campo ecc, un'educazione che a guardare le vigliaccate ad arbitri ed i pestaggi notturni a giocatori pare lontana e va riconquistata. Siccome non vogliamo vivere nel mondo degli alibi e dei distratti, chiediamo a tutti voi di mandarci le fotografie di campi sportivi lontani dagli elementari principi di sicurezza, citando il nome del campo sportivo, la località e provincia, e quando si è certi anche la proprietà. Ogni vostra segnalazione non solo verrà pubblicata, ma sarà inviata alla Federcalcio ed alle autorità competenti, così che nessuno possa dire "non sapevamo". Mandatele qui, all'indirizzo redazione@agenziacalcio.it. Dobbiamo lavorare perchè tutte le società sportive controllino i propri impianti mettendoli a norma. Esigiamo per noi ed i nostri figli che non ci siano campi abbandonati, pericoli a bordo campo, muretti, pali, tubi, buche o rubinetti che siano. Se la struttura dove deve giocare mio figlio è un pericolo, preferisco che mio figlio non giochi. Triste ma reale. Anche nel mondo dilettantistico ci sono società che spendono centinaia di migliaia di euro per assicurarsi giocatori, allenatori e tecnici di vario genere. Beh, pensassero anche alla sicurezza delle proprie strutture. Non diamo alibi ai proprietari dei campi (enti ed amministrazioni locali nella stragrande maggioranza) ed alla Federcalcio.

Anche tutto lo staff di EduCalcio.it esprime le più sentite e sincere condoglianze ai famigliari di Alessandro.

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Di Admin (del 07/02/2008 @ 20:26:30, in Notizie, linkato 1179 volte)

Tutto pronto per Fuoriclasse Cup 2008, il progetto promosso da FIGC - Settore Giovanile e Scolastico e Coca-Cola giunto alla sua sesta edizione (iscrizioni aperte fino al 15 febbraio). Ragazzi e ragazze delle scuole secondarie superiori (14-19 anni) partecipanti, dovranno lasciare libera tutta la loro creatività e abilità, impegnandosi a “raccontare” le loro esperienze di vita, i loro sogni e le loro ambizioni con un unico filo conduttore: il calcio e i suoi valori genuini trasferiti nella vita quotidiana. Il messaggio è diretto, semplice e contagioso, come dimostrano i numeri della precedente edizione: 770mila ragazzi coinvolti e 3100 scuole impegnate, con 628 partite e 220 lavori didattici a fare da patrimonio sociale e sportivo per la sola finale di Riccione dell’anno scorso. Il tutto con un unico obiettivo: essere nominati “Nazionale delle Scuole 2008”. La formula è rodata e vincente: “50% calcio + 50% didattica”, con tutti i partecipanti che saranno nuovamente chiamati a confrontarsi sui banchi, nella realizzazione di “Fuoriclasse Cup Project”, e sul campo di pallone, con l’immancabile torneo di calcio a 5 che eleggerà i campioni delle scuole. Fuoriclasse Cup offre un'opportunità unica per passare un anno scolastico nel corso del quale sport, educazione al movimento e divertimento saranno un'importante materia d'insegnamento, di valutazione e di socializzazione. Buon divertimento a tutti!

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Giusto espellere chi bestemmia in campo?

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"Il regalo più bello che puoi fare ad un bambino è stargli vicino quando ha paura"

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